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Dal settore Punti di vista

Conviene investire sul mercato tedesco?

Quanto può essere difficile la concorrenza con i produttori tedeschi? La risposta è parecchio e i fattori da considerare sono molti.
Vorrei raccontarvi, a questo proposito, un aneddoto curioso che mi è capitato non molto tempo fa. Recentemente ho dovuto acquistare delle piastrelle per la mia casa e mi sono recato da un rivenditore consigliatomi da un amico. Ad attirare la mia attenzione è stato un articolo realizzato da un produttore emiliano, che, tra le altre cose, aveva un costo più basso del 30% rispetto ad altri pezzi analoghi, perché prodotto in uno stabilimento delocalizzato. Ho subito pensato che quel pezzo fosse stato realizzato in Cina, come il più delle volte accade. E invece no. Lo stabilimento in questione era delocalizzato in Germania.

Questo sì che è un fatto strano, verrebbe da pensare istintivamente. Ma, a quanto pare, non è così.
Sono molto più numerose di quanto si possa credere, infatti, le aziende che delocalizzano la produzione in Germania. Questo perché il Governo tedesco – nell’ottica di incentivare la ripresa economica – ha deciso di attuare una politica di supporto per tutte quelle imprese che operavano nelle zone più depresse del Paese, offrendo agevolazioni e sgravi fiscali, abbassando i costi (a partire da quello dell’elettricità), e offrendo aiuti economici a tutti coloro che avrebbero aperto stabilimenti in quelle regioni.

Questa manovra strategica va ad aggiungersi a un insieme di altri fattori che, sommati gli uni agli altri, hanno fatto sì che le imprese tedesche in questi ultimi anni potessero permettersi di immettere sul mercato prodotti a prezzi decisamente più bassi rispetto a quelli italiani.
Pensate ad esempio alle dimensioni delle aziende. Il tessuto industriale tedesco è costituito principalmente da realtà di grandi dimensioni (200/300 dipendenti) e questo fa sì che ciascuna di esse abbia l’organico sufficiente per lavorare su tre turni con la conseguente possibilità, da un lato, di non dover mai fermare la produzione, e, dall’altro, di ammortizzare i macchinari acquistati in minor tempo.
Senza contare, poi, la pressione fiscale, che, com’è noto, è di gran lunga inferiore a quella italiana.

La domanda che verrebbe da porsi allora è questa: ha senso continuare a investire nel mercato tedesco? Tutto sommato io credo di sì. A patto però che ci si rivolga a quella fetta di mercato che i produttori tedeschi non coprono. Mi riferisco ad esempio agli ordini relativi a piccoli quantitativi. Oppure alle commesse di prodotti estremamente complessi dove occorre dedicare più attenzioni (e quindi energie) al cliente.

Voi cosa ne pensate? Avete esperienze legate a questo tema?

di Stefano Garavaglia

È il CEO di MICROingranaggi, nonché l'anima dell'azienda.
Per Stefano un imprenditore deve avere le tre C: Cuore, Cervello, Costanza.
Cuore inteso come passione per quello che fa, istinto e rispetto per il prossimo. Cervello inteso come visione, come capacità a non farsi influenzare da situazioni negative. Costanza perché un imprenditore non deve mai mollare.

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