Più di una volta ho scritto che lo spirito con cui un’azienda affronta un percorso di certificazione, qualunque esso sia, deve essere sano e costruttivo. Deve essere mosso da una motivazione valida, che quindi porti a essere ricettivi verso il modello di gestione aziendale che quello Standard fornisce. Con il tempo mi sono addirittura convinto che
conti molto di più implementare un vero sistema di gestione piuttosto che avere fretta di ottenere il certificato.
Naturalmente non sto dicendo che il certificato in sé non abbia valore. Dico però che le dinamiche che stiamo vivendo in questi ultimi mesi e che vediamo intensificarsi sempre di più ci stanno confermando che ci sono “esami” che l’ente di certificazione non ti fa, ma i clienti sì.
L’ente si muove dentro il perimetro di uno standard: verifica che il sistema ci sia, ma oltre quello non può chiedere molto altro. Quando si ha a che fare con un cliente, invece, è tutt’altra storia. È lui a decidere se sarai o non sarai il suo fornitore, e quindi viene a controllare di persona – a sue spese, mettendoci giorni e trasferte – perché prima di salire sulla tua auto vuole vederti guidare. Nel traffico vero, non durante l’esame. Vuole la certezza che, nel giorno storto, tu risponda comunque nel modo giusto. Non gli interessa il bollino. Gli interessa la sostanza. Tutto questo per dire che
l’audit del cliente non è una complicazione da ufficio qualità. È il passaggio obbligato per chi punta ai clienti giusti.
Lo dico perché c’è ancora chi, guardando da fuori, scambia queste procedure per burocrazia quasi fine a se stessa. E non è così. È il filtro che alcuni committenti – soprattutto quelli che provengono da settori più regolati come il medicale e l’aerospace – mettono all’ingresso.
Ecco, questi filtri non si superano con le buone intenzioni. Non basta dire che quei clienti li vuoi, non basta incontrarli nelle fiere di settore che presidiamo da tempo, non basta saper fare bene certe cose.
Lo devi dimostrare, e puoi dimostrarlo solo se il sistema documenta in modo minuzioso, e se vogliamo anche esuberante, come l’azienda lavora davvero, a prescindere se hai un certificato.
Il rischio più insidioso di ogni certificazione è che la carta racconti un’azienda diversa da quella che sei. Ecco, in questi casi un audit del cliente quella differenza la scova subito.
È per questo che gli audit che abbiamo fatto in questi ultimi mesi per noi valgono quasi più di un attestato. Non ci dicono che abbiamo la carta giusta. Ci dicono che, messi alla prova da chi non si accontenta, reggiamo. E con clienti di questo livello sempre più spesso alla porta, è la conferma più concreta che la strada – quella lunga, fatta di processi in miglioramento continuo – era quella giusta.