Chiunque, secondo me, dovrebbe formarsi non per obbligo, ma per scelta e consapevolezza

Trovo incomprensibile che un professionista possa avanzare su un percorso senza prevedere, con una certa periodicità, dei momenti di formazione ed aggiornamento: che sia un approfondimento, un consolidamento o un’estensione delle proprie competenze. E questo, non a caso, è lo stesso approccio che abbiamo scelto di adottare anche in MICROingranaggi…

Personalmente

trovo paradossale che esista una normativa che imponga ai professionisti iscritti agli albi l’obbligo di aggiornarsi,

ma, evidentemente, il legislatore ha rilevato una carenza così diffusa da ritenere necessario intervenire con una formalizzazione normativa.

Mi spiego meglio.
Ho sempre considerato la formazione continua un aspetto talmente centrale nella vita di un professionista, al punto da risultare quasi superfluo discuterne, figurarsi immaginarla oggetto di una legge. Anzi, trovo che sia persino svilente legare la crescita delle proprie competenze a un obbligo giuridico.
Perché lo dico? Perché per chi svolge una professione tecnica o intellettuale – sia essa quella del medico, dell’ingegnere, dell’avvocato e via dicendo –

aggiornarsi non dovrebbe essere un’imposizione, ma una necessità naturale.

Trovo impensabile che un professionista possa proseguire il proprio percorso senza prevedere, con una certa periodicità, un momento dedicato alla formazione: che sia un approfondimento, un consolidamento o un’estensione delle proprie competenze.

E questo, non a caso,

è lo stesso approccio che abbiamo scelto di adottare anche in MICROingranaggi, dove da tempo investiamo in strumenti e momenti strutturati per favorire la crescita delle competenze.

Pensate, per esempio, alla MICROacademy, uno strumento che riteniamo centrale, ma che non rappresenta certo l’unica iniziativa in questa direzione. Accanto alla MICROacademy abbiamo definito altri momenti di confronto, come le riunioni trimestrali dedicate alla condivisione delle performance aziendali e di processo.
A questi si affianca tutto il lavoro che stiamo portando avanti sulla rendicontazione; mi riferisco, per esempio, alle prestazioni delle macchine nella lavorazione di un ordine o ai dati raccolti nei reparti produttivi come dentatura o torneria. Si tratta di attività che hanno un obiettivo ben preciso: condividere i risultati, renderli visibili e comprensibili a tutti, affinché ciascuno possa prendere consapevolezza del legame diretto tra le proprie azioni e i risultati ottenuti.
Quando un risultato non è soddisfacente, è necessario intervenire: ripensare le azioni che lo hanno generato oppure introdurne di correttive, come l’adozione di un nuovo software, di una metodologia diversa, di uno strumento più evoluto.

Ma ogni novità, lo sappiamo bene, porta con sé un cambiamento. E ogni cambiamento, se vuole essere efficace, richiede nuove competenze. Richiede, in altre parole, formazione.

Innegabile è però che, anche in un contesto così attento come il nostro, non sempre troviamo il coinvolgimento attivo che ci aspetteremmo.
Uno degli aspetti che ci troviamo spesso a osservare – e che riteniamo strettamente collegato al tema della formazione professionale continua – è, per esempio, la scarsa propositività rispetto a nuovi temi di approfondimento da trattare.
Ci piacerebbe, in altre parole, vedere più slancio, più curiosità, più voglia di migliorarsi da parte dei nostri collaboratori. Anche nelle cose piccole. Perché

formazione non significa necessariamente imparare qualcosa di completamente nuovo, ma anche – e forse soprattutto – imparare a fare meglio ciò che già si fa.

Riuscire, per esempio, a svolgere in 15 minuti ciò che oggi richiede mezz’ora è, a nostro avviso, una forma concreta di crescita. E ci auguriamo che sempre più persone vogliano coglierla come un’opportunità reale.

Morale: chiunque, secondo me, dovrebbe formarsi non per obbligo, ma per scelta e consapevolezza.

E, tornando al tema dei professionisti: non dovrebbe essere necessario obbligare qualcuno a diventare un professionista preparato. È una contraddizione in termini. È come dire che un ingegnere deve essere obbligato a conoscere le evoluzioni scientifiche e tecnologiche dello specifico settore in cui opera (come tecniche della costruzione, scienza dei materiali, e via dicendo). Ma davvero c’è bisogno di stabilirlo per legge? Non dovrebbe essere un presupposto implicito?
Personalmente sono convinto che la soluzione non sia da ricercare in un sistema di obblighi normativi, ma piuttosto in una responsabilizzazione individuale. Alla vecchia maniera, verrebbe da dire: ognuno fa ciò che ritiene opportuno. Saranno poi i clienti, i pazienti, gli interlocutori a scegliere, valutare e – se necessario – escludere.

Ma poi chissà, forse la sto “facendo troppo facile”…

Giuseppe Friscia

È il Responsabile del sistema di gestione di MICROingranaggi.
Per molto tempo ha lavorato presso organismi di parte terza nel mondo delle certificazioni. Poi, a un certo punto della sua carriera, ha deciso di cambiare, passando dall'essere auditor all'essere soggetto che sottopone un sistema di gestione aziendale alla valutazione di un terzo.
La sua missione consiste nel rendere quotidiano il concetto di qualità.

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