I passaggi generazionali fanno bene a un’azienda?

In questo blog ho parlato diverse volte di cambiamento e della necessità di dover mettere continuamente tutto in discussione. Vorrei tornare a parlarne di nuovo, questa volta a proposito dei passaggi generazionali perché di recente mi è capitato di leggere alcuni dati significativi in una indagine effettuata da Assolombarda, Università Bocconi e AIdAF (Associazione Italiana delle Aziende Familiari) proprio su questo tema:

– Il 23% dei leader di aziende familiari ha più di 70 anni e le aziende guidate dagli ultrasettantenni mostrano performance reddituali inferiori rispetto alle altre;
– nel passaggio generazionale solo il 30% delle aziende sopravvive al proprio fondatore e solo il 13% arriva alla terza generazione.

Premesso che probabilmente se recuperassimo indagini analoghe effettuate dieci anni fa evidenzierebbero dati completamente diversi, parto con il dire che non mi stupisce assolutamente che aziende gestite da ultrasettantenni abbiano performance più basse, prima di tutto perché persone di quell’età – pur essendo assolutamente lucide e capaci nel proprio lavoro, oltre che nella gestione aziendale – hanno molte più difficoltà ad adattarsi al cambiamento, soprattutto in un momento storico come questo in cui il contesto lavorativo cambia in maniera così repentina. E mi sento di dirlo perché io stesso oggi fatico molto di più ad adattarmi al cambiamento rispetto a vent’anni fa. È probabile quindi che, nonostante il contesto, chi ha più di settant’anni oggi lavori con lo stesso metodo utilizzato dieci o magari anche vent’anni fa.

Il fatto è però che – per la velocità con cui cambia il mondo del lavoro oggi – se la nostra azienda è esattamente uguale anche solo a quella che avevamo cinque anni fa è probabile che abbia qualcosa che non va. Quindi, proprio in virtù di queste variazioni così repentine, il cambio generazionale non può che essere positivo e lo dico sostanzialmente per tre ragioni. La prima è che i giovani di oggi hanno mediamente un livello culturale più elevato che li porta ad avere una conseguente maggiore apertura mentale che non può che fare bene. A questo si aggiunge la conoscenza delle lingue straniere che oggi sono indispensabili nel mondo del lavoro. La terza e ultima ragione deriva dal fatto che le nuove generazioni di oggi entrano in questo mondo del lavoro totalmente informatizzato con il giusto approccio.
Ecco perché io credo che chi inizia a lavorare oggi senza esperienza ma con una determinata mentalità e un determinato bagaglio possa giovare alla propria azienda più di chi porta con sé un’impostazione mentale e un metodo lavorativo obsoleti che fatica a lasciarsi alle spalle.

Vien da sé che un periodo di affiancamento, di coesistenza tra le due generazioni è essenziale, anche se a volte il problema è proprio quello. E parlo con cognizione di causa perché l’ho vissuto in prima persona. In genere il problema risiede nel fatto che due persone che hanno un determinato rapporto (come potrebbe essere quello tra padre e figlio) non hanno quel distacco che forse in questi casi potrebbe giovare.
La soluzione a questo problema è che a un certo punto la vecchia generazione ceda il bastone di comando alla nuova. Salvo eccezioni, infatti, affiancamenti troppo lunghi rischiano di nuocere all’azienda: il vantaggio di portare con sé tanti anni di esperienza si scontra inevitabilmente con il desiderio di innovare e cambiare.

Chiudo riportando i sette consigli riportati nello studio di Assolombarda per un passaggio generazionale di successo:

“Distinguere l’impresa dalla famiglia, applicare un sistema di governance moderno, premiare le competenze, definire un quadro di regole condivise. Ma anche prepararsi all’imprevisto, privilegiare una prospettiva di processo e coinvolgere attori terzi”.

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