Oggi inseguire la soluzione perfetta è un errore

Analitici e pragmatici arrivano allo stesso risultato passando per strade diverse. Ma con la velocità che il mercato impone, aspettare la risposta perfetta significa arrivare tardi. E il cliente nel frattempo cerca altrove

Esistono due modi di lavorare. Noi ce ne siamo accorti in più occasioni, ma immagino siano identificabili un po’ in tutte le situazioni lavorative.

Il primo è l’approccio analitico, ossia quello che tende a fare analisi su analisi prima di dare una risposta. Il secondo è l’approccio pragmatico, quello di chi dà subito una soluzione, un dato, un risultato su cui poi fare tutte le valutazioni del caso.

Possono essere entrambi giusti: sono due metodi diversi per arrivare allo stesso risultato. Io però sono convinto che in questo momento storico-economico la ricerca della perfezione prima di dare una risposta non sia una delle due alternative. Credo anzi che sia proprio un errore, e il motivo, fondamentalmente, è uno.

La soluzione perfetta quando arriva è già vecchia. A farla invecchiare è la flemma analitica.

Parlo della velocità con cui il mercato e i clienti avanzano le richieste e di quella con cui si sviluppano le situazioni. Oggi come oggi non abbiamo più il tempo di arrivare alla soluzione perfetta, perché quando ci arriviamo è già superata, e magari il cliente è già andato da qualcun altro che nel frattempo una risposta gliel’aveva data subito.

Chi ha gestito un audit lo sa bene. Di recente un grande cliente, a verifica conclusa, ci ha presentato delle criticità da sistemare e ci ha chiesto di rispondere nel giro di due settimane. Appena due settimane per interventi che in alcuni casi possono richiedere. Con qualche compromesso si riesce a rispettare la scadenza, ma la sostanza non cambia: a mio avviso non è più possibile rispondere “ci ragioniamo nei prossimi sei mesi e poi vediamo”. La soluzione va data subito. Se aspettassimo di avere in mano la risposta definitiva, arriveremmo fuori tempo massimo. Sempre e comunque.

Faccio, non va bene, modifico e rifaccio. È il cosiddetto learning by doing.

Il learning by doing è il modo di lavorare che secondo me funziona meglio e in cui mi riconosco di più. Meglio un “piuttosto” che un “niente” vestito di analisi: intanto qualcosa l’ho fatto, e magari funziona già al primo colpo.

Chi ha un’impostazione più analitica obietta che quel “piuttosto” potrebbe non aver tenuto conto di qualche variabile e generare un danno che a sua volta ne produce un altro. È un’obiezione seria. Il rischio opposto, però, è perdersi nell’analisi e restare fermi.

La differenza è la stessa che passa tra NASA e SpaceX. La NASA è impostata da sempre sulla ricerca scientifica: decenni di ingegneri e ricercatori che studiano, sperimentano in laboratorio e arrivano al lancio convinti di aver previsto tutto. Poi ogni tanto qualcosa va storto lo stesso. SpaceX ragiona in un altro modo: costruisce il razzo, lo lancia, lo vede cadere, capisce perché, lo sistema e lo rilancia. È un metodo che ha sicuramente un costo, ma nel nostro ambito un errore corretto in fretta costa molto meno di una risposta che non arriva.

Dare una risposta e scoprire poi che non regge può sembrare una figuraccia, ma io sono convinto che dipenda da come si guarda l’errore. Se lo si considera un passaggio nello sviluppo di una soluzione, diventa qualcosa da mettere in bilancio fin dall’inizio, proprio perché non si sono valutate tutte le ipotesi. L’importante è essere pronti a gestirlo, partendo – ovviamente – dalla chiarezza del metodo e dalla sua condivisione con il cliente.

Messo in conto per tempo, l’errore smette di essere un incidente e diventa un’informazione. Dice dove intervenire.

La figuraccia vera, secondo me, è un’altra. La fai quando proponi una soluzione vendendola come LA SOLUZIONE o peggio quando individui un limite, ipotizzi la soluzione più rapida per arginarlo, la comunichi al cliente (faremo questo, sappiamo che è migliorabile, ci stiamo lavorando) e poi resti fermo sulla tua posizione, senza fare nulla di quanto hai promesso.

Nel corso della mia carriera l’ho visto succedere spesso in aziende certificate ma del tutto scollegate dalle logiche della certificazione, che invece impone di avere un metodo di lavoro.

È il metodo, più della soluzione perfetta, a fare la differenza: si parte, si verifica, si corregge, si riparte.

Giuseppe Friscia

È il Responsabile del sistema di gestione di MICROingranaggi.
Per molto tempo ha lavorato presso organismi di parte terza nel mondo delle certificazioni. Poi, a un certo punto della sua carriera, ha deciso di cambiare, passando dall'essere auditor all'essere soggetto che sottopone un sistema di gestione aziendale alla valutazione di un terzo.
La sua missione consiste nel rendere quotidiano il concetto di qualità.

Tutti i suoi articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli recenti

Nei micro-riduttori il gioco tra i denti va progettato

Ridurlo il più possibile sembra la strada più diretta verso la precisione. Nei riduttori molto piccoli, però, un gioco troppo ridotto rischia di far forzare i denti, fino a bloccarli. Ci sono poi altri aspetti da considerare.

Se esiste una distanza reale tra ciò che dichiari e ciò che sei, un audit del cliente la scopre subito

Ogni azienda dovrebbe, secondo me, essere certificata. Ma a una condizione: che dietro il certificato ci sia davvero un sistema che funziona, e non un semplice documento da esibire.

Un’attività che non dovrebbe essere data per scontata

Da una parte le richieste all’ultimo momento, presentate come emergenze. Dall’altra, decisioni prese guardando quasi solo al prezzo. Il mio timore è che dietro ci sia un progressivo calo di competenze specifiche.