Obsolescenza programmata: il concetto di base è giusto o sbagliato?

Compriamo una aspirapolvere nuova e a circa due anni dall’acquisto, poco dopo la scadenza della garanzia, si rompe. La causa? Obsolescenza programmata: “strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da renderne la vita utile limitata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure diventa semplicemente obsoleto agli occhi dei possessori in confronto a nuovi modelli che appaiono più moderni, seppur poco o per nulla migliori dal punto di vista funzionale” (da Wikipedia)
Oggi si sente parlare sempre più spesso di obsolescenza programmata perché sta diventando pratica comune di molte aziende, al punto che in alcuni paesi come la Francia è addirittura diventato reato punibile per legge con un massimo di due anni di carcere.

Riflettendo su questo tema, mi sono così trovato a fare delle considerazioni da addetto ai lavori. Al giorno d’oggi in fase di ideazione e studio di un nuovo prodotto l’analisi dei costi viene portata all’esasperazione con l’obiettivo di ridurne al minimo ogni spesa. L’intero iter di progettazione industriale, di conseguenza, viene eseguito secondo criteri precisi che si basano sul ciclo di vita del prodotto stabilito da chi lo ha ideato. Criteri che devono essere rispettati tassativamente da chi, come noi, si occupa della progettazione di una delle parti (o dell’intero prodotto), per non rischiare che questo diventi una discriminante relativa alla scelta del progettista stesso. Un esempio pratico: se un cliente ci dice che dobbiamo progettare la componente di un prodotto in modo che abbia una vita di cinque anni, noi dobbiamo necessariamente rispettare quelle condizioni di progetto.

Com’è ormai noto, situazioni come questa si verificano sempre più di frequente, ma perché questo avviene? Molto semplicemente perché un prodotto che viene studiato, progettato e costruito con un ciclo di vita per esempio di cinque anni costa meno di un prodotto identico che però è stato progettato per un ciclo di vita di 10 anni. Quindi, se è noto che quel determinato prodotto tra cinque anni sarà considerato obsoleto per esempio dal punto di vista tecnologico e non sarà più utilizzato, quale senso ha progettare e costruire tale prodotto con un ciclo di vita più lungo andando così a spendere di più in fase di realizzazione? Il risultato finirebbe per essere uno spreco di denaro oppure la realizzazione di un prodotto meno competitivo di altri e quindi difficilmente vendibile.

Se analizzato in quest’ottica, quindi, il ragionamento alla base del concetto di obsolescenza programmata non è sbagliato. Poi è chiaro che se questo concetto viene esasperato, spingendo l’utilizzatore verso l’acquisto di un nuovo prodotto che non gli sarebbe realmente servito perché, se avesse continuato a funzionare, quello che aveva prima andava benissimo è tutto un altro discorso.

Quindi io penso che il concetto di base dell’obsolescenza programmata abbia un senso, a patto che non venga esasperato sfociando in qualcosa al limite della legalità.

L’ideale sarebbe poter entrare ogni volta nel merito del valore relativo al ciclo di vita di quel prodotto e di come questo viene calcolato per capire se effettivamente il ragionamento di partenza viene esasperato oppure no.

Stefano Garavaglia

È il CEO di MICROingranaggi, nonché l'anima dell'azienda.
Per Stefano un imprenditore deve avere le tre C: Cuore, Cervello, Costanza.
Cuore inteso come passione per quello che fa, istinto e rispetto per il prossimo. Cervello inteso come visione, come capacità a non farsi influenzare da situazioni negative. Costanza perché un imprenditore non deve mai mollare.

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