Cosa frena lo sviluppo della Smart Factory
in Italia?

Qualche mese fa ci siamo trovati a discutere in questo blog su un tema che sicuramente sta toccando e toccherà molto da vicino il mondo dell’industria manifatturiera. Mi riferisco alla Fabbrica 4.0, un assetto possibile grazie in buona parte a tecnologie come l’Internet of Things. Ed è proprio di questo che vorrei parlare oggi, partendo prima di tutto dalla definizione di questo concetto.
Dice Wikipedia:
“Gli oggetti si rendono riconoscibili e acquisiscono intelligenza grazie al fatto di poter comunicare dati su se stessi e accedere ad informazioni aggregate da parte di altri”.

Il paradigma che sta alla base dell’Internet of Things è quindi proprio quello di far interagire gli oggetti fra loro. Una interazione grazie alla quale prendono vita nuove opportunità, come ad esempio (tornando al comparto dell’industria manifatturiera), l’implementazione di nuove logiche di gestione della produzione, basate su un utilizzo di strumentazioni sensibili al contesto in cui operano, capaci di rilevare informazioni in tempo reale e di prendere decisioni. Una rete di oggetti, in altre parole, all’interno della quale ogni componente conosce il suo posto, la sua funzione e le sue necessità.
Un paradigma come questo ha tutti i presupposti per portare, come è facile immaginare, a una maggiore flessibilità operativa verso i volumi e ad una adattabilità a diverse tipologie produttive, a cui si aggiungono livelli qualitativi più alti, margini operativi adeguati e determinanti per la competitività dell’impresa sui mercati interni e internazionali, con un conseguente aumento dei ritorni.

Nonostante però lo scorso anno in Italia l’ambito dell’Internet of Things abbia toccato un valore che si aggirava intorno ai 900 milioni di euro, con 6 milioni di oggetti connessi tramite SIM (coinvolgendo principalmente comparti come quelli di Smart Car, Smart Home & Building e Smart City), il contesto della Smart Factory pare trovarsi ancora a uno stato embrionale. Ma perché?
A livello pratico una Smart Factory non può prescindere dall’utilizzo di tecnologie come sistemi embedded, tecnologie wireless o WiFi, e reti di sensori, e, allo stesso modo, presuppone che diversi ambiti applicativi possano condividere la stessa infrastruttura proprio per raggiungere quel livello di efficacia e quindi quel ritorno senza il quale il passaggio alla Smart Factory non avrebbe senso di esistere.

Stando a queste premesse, quindi, che cosa, secondo voi, ancora frena in Italia la diffusione di tutte quelle tecnologie necessarie per dare vita alla Smart Factory? La mancanza di una conoscenza approfondita di questo ambito e quindi una conseguente naturale e fisiologica diffidenza? Oppure la comprensibile fatica a effettuare cospicui investimenti, amplificata da una forte difficoltà a reperire finanziamenti? O ancora per l’insufficiente supporto effettivo a livello statale?
L’unico dato certo, a mio avviso, è che sia solo una questione di tempo…

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