Oltre al know-how di un operatore, è possibile tramandare anche quella sensibilità tecnica che gli permette di riconoscere e interpretare segnali minimi, come vibrazioni, cambi di suono o micro-variazioni?
Io penso che il punto non sia tanto se questa competenza possa essere preservata, quanto piuttosto se si possa davvero pensare di sostituirla con la sola tecnologia.
Le macchine di oggi sono in grado di raccogliere dati, controllare processi e integrare funzioni sempre più sofisticate, al punto da essere spesso proposte come soluzione alla carenza di personale qualificato, in quanto strumenti capaci di conservare anche il know-how aziendale. Ma è davvero così?
Dipende.
Dipende, prima di tutto, da come quella tecnologia viene usata. Mi è capitato più volte di vedere la stessa macchina installata in aziende diverse ottenere risultati molto differenti. Non cambia la tecnologia, ma cambia il contesto e, soprattutto, cambiano le competenze di chi la utilizza. Una stessa macchina, quindi, può diventare uno strumento utile per affrontare lavorazioni complesse e di alto livello, oppure essere impiegata per operazioni relativamente semplici, senza che una parte consistente del suo potenziale venga utilizzata.
Nella maggior parte dei casi, quindi,
il punto non è legato alla tecnologia, bensì alle competenze dell’operatore. Alla capacità di leggere il processo, capire come reagisce la macchina e sfruttarne in modo consapevole le funzioni disponibili.
Competenze che però spesso non nascono da sole.
E qui entra in gioco, ancora una volta, il tema della formazione. Il training iniziale, necessario per avviare una macchina e conoscerne le funzioni di base, nella gran parte dei casi non è sufficiente. Le tecnologie attuali richiedono percorsi formativi articolati, su più livelli, analoghi a quelli di un software complesso. Ne esiste un utilizzo elementare e uno avanzato, e la differenza tra i due incide direttamente sulle prestazioni produttive.
Il punto, quindi, non è solo quanto sia evoluta la macchina, ma quanto l’azienda che l’ha acquistata investa per renderla realmente utilizzabile in tutte le sue potenzialità.
Non è raro che macchinari progettati per lavorazioni sofisticate vengano poi impiegati per produrre pezzi relativamente semplici. Ecco, in tutti questi casi il problema difficilmente è tecnico, bensì organizzativo e strategico. O la macchina è stata scelta senza una visione produttiva coerente, oppure il personale non è stato messo nelle condizioni di crescere insieme alla tecnologia.
La perdita di competenza, allora, non dipende solo dall’uscita dall’azienda degli operatori esperti, ma anche dall’assenza di un trasferimento strutturato delle loro conoscenze.
Morale..
La tecnologia può aiutare, semplificare e rendere più efficiente il lavoro, ma resta uno strumento. Senza l’esperienza dell’operatore e senza un percorso formativo adeguato, il rischio è di ritrovarsi con macchine sempre più sofisticate e processi sempre più poveri di competenze.
Il know-how non si conserva da solo all’interno di un software. Continua a vivere solo se c’è qualcuno che lo mette in pratica, lo fa evolvere e lo trasmette.