Cosa penso del referendum sulle trivelle

Come era facile immaginare e prevedere, al referendum sulle trivelle del 17 aprile scorso non è stato raggiunto il quorum. Avrebbe forse vinto il fronte del sì, ma a votare è andato solo il 32,15% degli aventi diritto e di conseguenza la maggioranza assoluta necessaria non è stata raggiunta. C’era da aspettarselo: generalmente si fatica ad arrivare al 50% di affluenza alle urne in occasione delle elezioni politiche, figuriamoci per una consultazione come questa. Quindi per prima cosa penso che dovrebbe essere rivisto il meccanismo alla base dei referendum con l’abolizione del quorum: è giusto che chi ha diritto di voto esprima la propria opinione recandosi alle urne e non astenendosi.

Si è trattato poi, secondo me, di un tema che – a causa della sua complessità e del forte tecnicismo – avrebbe dovuto essere affrontato in Parlamento e non tramite un referendum.

L’argomento era tutt’altro che semplice per i non addetti ai lavori e per questo – prima di domandare un parere diretto – le persone avrebbero dovuto, secondo me, essere informate in modo diverso: più chiaro, più trasparente e attraverso un inequivocabile chiaro elenco di tutti i pro e tutti i contro.
Al contrario, invece, ho trovato che sia stato molto difficile informarsi, perché i sostenitori del no hanno supportato la loro tesi unicamente con motivazioni e documenti ufficiali (o parte di essi) senza mostrare il rovescio della medaglia. E lo stesso hanno fatto i sostenitori del sì. Questo, di fronte a un tema così tecnico, non ha fatto altro che confondere le idee alla gente, senza offrire tutti gli elementi per una giusta valutazione.

Poi c’è un altro discorso. Il referendum si riferiva alla cancellazione dell’articolo del Codice dell’ambiente che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme entro 12 miglia dalla costa italiana di rinnovare tale concessione fino all’esaurimento del giacimento. Allora mi sono domandato: e dal 13esimo miglio in poi? Basta guardare le coste della ex Jugoslavia per vedere che le acque internazionali sono piene di trivelle. Quindi quale senso avrebbe avuto non rinnovare le concessioni sul territorio italiano, se poi tanto non molto più in là i mari sono comunque pieni di piattaforme per l’estrazione del petrolio analoghe?

Senza entrare nel merito della mia opinione sul quesito della consultazione, quello che voglio dire è che secondo me il referendum sulle trivelle ha affrontato un tema che avrebbe dovuto essere trattato almeno a livello di Unione europea e non solo nazionale.

Esattamente come accadde nel 2011 col referendum sulla chiusura del programma nucleare. Si raggiunse la maggioranza assoluta, vinse il sì e vennero abrogate le nuove norme che consentivano la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare. Salvo poi affacciarsi dalla finestra e vedere che paesi come la Francia e la Svizzera sono tutt’ora pieni di centrali nucleari. Ripeto: temi come questi dovrebbero essere affrontati almeno a livello Unione europea.

Per tutte queste ragioni mi sento di dire che, così come è stato fatto, questo referendum mi è parso un po’ ridicolo. Soprattutto a fronte di una spesa di 300 milioni di euro, di cui l’Italia in questo momento avrebbe fatto sicuramente a meno.
E sempre a fronte di tale spesa, ma anche e soprattutto a livello etico, civico e morale trovo molto grave che una figura istituzionale come quella del Presidente del Consiglio abbia invitato i cittadini italiani a non andare a votare. È prassi comune che un referendum venga strumentalizzato dalle varie forze politiche, ma che una delle più alte cariche del Stato italiano spinga a non andare a votare è tutt’altra storia.

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