Scegliere di lavorare in una realtà grande e nota è sempre la soluzione migliore?

Penso che nella piccola-media impresa ci siano più opportunità di crescita professionale rispetto all’azienda grande e nota. Ma anche un ambiente più familiare e quindi – se vogliamo – un po’ più di umanità. Credo anche, però, che l’azienda medio-piccola dovrebbe cercare – per quanto possibile – di imparare dalle grandi per quel che riguarda la qualità del lavoro.

Mi è capitato più di una volta di sentire imprenditori e datori di lavoro lamentarsi della difficoltà nel trovare personale. Qualsiasi tipo di personale: specializzato o meno, non ho colto particolari differenze.
Il che, immancabilmente, mi ha portato a pormi delle domande sul perché questo accada.

È un problema che state riscontrando anche voi? E se sì, perché secondo voi succede?

Sicuramente una delle ragioni va attribuita alla mancata sincronizzazione tra domanda e offerta, probabilmente perché non c’è un buon collegamento tra scuola e mondo del lavoro.
Ma non credo si tratti solo di questo.

Ho visto tanti professionisti puntare ad aziende grandi e note sul mercato, evitando le classiche piccole medie imprese, sopratutto quelle a conduzione familiare. E ciò accade, secondo me, perché in genere l’azienda grande e nota dà impressione di maggiore solidità (e quindi di più garanzie per il futuro). Queste realtà, inoltre, sono di solito maggiormente in grado di elargire benefit rispetto alle PMI (specie in un momento come questo), offrendo – almeno sulla carta – una qualità del lavoro superiore che, per molti, è anche più importante della busta paga.

Ciò nonostante,

io non credo che scegliere di andare lavorare in una realtà grande e nota sia sempre la soluzione migliore.

Ho spesso a che fare con aziende di questo genere, e – pur non potendo chiaramente generalizzare – il più delle volte mi capita di osservare un coinvolgimento del lavoratore a compartimenti stagni che, a mio parere, alla lunga finisce per influire negativamente sulla crescita professionale del singolo.
Vi faccio un esempio. Ci sono multinazionali dove l’accesso delle figure commerciali al reparto ricerca e sviluppo è pressoché vietato. Che senso ha?, verrebbe da domandarsi.
Un coinvolgimento a 360 gradi che permetta di entrare nel vivo di quello che si sta vendendo non può che essere un valore aggiunto non solo per chi deve vendere, che avrà più elementi da trasmettere al cliente, ma anche per il cliente stesso che potrà interfacciarsi con un referente più preparato. A meno che, naturalmente, la scelta di lasciar fuori una figura commerciale dall’ufficio tecnico non derivi dal timore che questa persona, una volta uscita dall’azienda, possa portare con sé informazioni tecniche aziendali preziose e riservate (e quindi know-how). Ma questo è un altro discorso…

Io penso, in generale, che nella piccola-media impresa ci siano maggiori opportunità di crescita professionale rispetto all’azienda grande e nota, a cui si aggiunge un ambiente familiare, che in genere presuppone un po’ più di umanità.

Credo anche, però, che l’azienda medio-piccola dovrebbe cercare – per quanto possibile – di imparare dalle grandi per quel che riguarda la qualità del lavoro.

Con l’obiettivo di migliorare la qualità del lavoro in MICROingranaggi, proprio qualche settimana fa abbiamo lanciato il nostro sondaggio di soddisfazione del personale in doppia lingua (italiano e spagnolo) che, quest’anno, abbiamo deciso di commissionare a GreatPlaceToWork così da renderlo un po’ più strutturato.

Stefano Garavaglia

È il CEO di MICROingranaggi, nonché l'anima dell'azienda.
Per Stefano un imprenditore deve avere le tre C: Cuore, Cervello, Costanza.
Cuore inteso come passione per quello che fa, istinto e rispetto per il prossimo. Cervello inteso come visione, come capacità a non farsi influenzare da situazioni negative. Costanza perché un imprenditore non deve mai mollare.

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