Errare humanum est. Ma cosa fare quando a sbagliare è un fornitore?

L’esperienza maturata in tanti anni ci ha portato a definire alcune linee guida, strategie e principi operativi che riteniamo essenziali…

Precisione, qualità, rigore, dedizione. E chi più ne ha più ne metta.
Ma poi sappiamo tutti bene che scendere a patti con la realtà è inevitabile: siamo esseri umani e, in quanto tali, non siamo infallibili.

Errare humanum est. Ma quando a sbagliare è un fornitore? Quale approccio andrebbe adottato?

La risposta a questa domanda è stata spesso per noi oggetto di analisi e riflessioni che, fondamentalmente, ci hanno portato a definire alcune linee guida, strategie e principi operativi che riteniamo essenziali.

Il primo aspetto da mettere in pista è la flessibilità e, a questo proposito, riprendendo il discorso fatto qualche settimana fa. Essendo infatti noi – in qualità di intermediari tra fornitori e clienti – a dover colmare eventuali divari logistici o tecnologici per garantire ai nostri clienti ciò di cui hanno bisogno, dobbiamo necessariamente mettere in campo tutta la flessibilità di cui disponiamo. Nella pratica questo si traduce in una serie di azioni finalizzate alla compensazione di possibili errori, che spaziano dalla rischedulazione parziale del nostro reparto produttivo, all’adattamento dei processi interni, alla riorganizzazione delle tempistiche di consegna e del lavoro dei fornitori coinvolti, e così via

Fatta questa premessa, sono però fondamentalmente due le direzioni in cui ci muoviamo in caso di errore da parte di un fornitore:

azione correttiva e azione preventiva.

In sintesi: affronto le conseguenze dell’errore, verifico la singolarità e, in caso contrario, prospetto un’azione preventiva.

Pertanto

quando l’errore è isolato, vale il principio dell’errare humanum est e non c’è molto altro da fare.
Ma se invece l’errore diventa sistematico, la situazione si complica, e si rende necessaria la creazione di sezioni statistiche dedicate, fondamentali per analizzare ogni specifico aspetto del problema.

In entrambi i casi, comunque, pensiamo che sia responsabilità anche in parte nostra accendere un riflettore sulle procedure del fornitore che sembrano non funzionare, offrendogli – quando è possibile – consulenza e supporto sia in termini di ufficio tecnico che di know-how di produzione.

Ma quando arriva il momento di lasciare un fornitore? Fortunatamente a noi è successo davvero poche volte.
Come penso possiate immaginare, questo diventa un passaggio obbligato quando un fornitore – nonostante siano state intraprese tutte le procedure di cui abbiamo parlato in questo post – non è più in grado di garantire né pezzi di qualità, né la continuità di servizio.

Pietro Asti

È Operation manager di MICROingranaggi con il compito di affiancare la direzione nella scelta e nella creazione di strumenti sempre più utili per i diversi ambiti operativi e gestionali.
Secondo Pietro un problema da risolvere non deve necessariamente essere evidente; può anche essere latente o non immediatamente visibile. Poi, una volta individuato cosa non va, occorre estrarre i dati e analizzarli per gettare le basi di un percorso volto al miglioramento.

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