Un tema molto discusso oggi è il costo delle macchine utensili. Il punto di fondo è questo: le aziende manifatturiere devono investire per crescere, ma il costo delle tecnologie di cui hanno bisogno è rilevante e, di conseguenza, tendono a cercare soluzioni che permettano di ridurre l’impatto economico dell’investimento. Un discorso, questo, che non fa una piega, ma la realtà è ben più articolata e complessa di così.
Il punto vero, infatti, è capire come stia cambiando la competitività del mercato europeo delle macchine utensili – e, più in generale, del manifatturiero – per poter agire di conseguenza.
Che negli ultimi anni siano arrivate sul mercato europeo tecnologie asiatiche molto interessanti non è più un mistero. E non si tratta soltanto di soluzioni entry level, ma di tecnologie che iniziano a competere anche su lavorazioni più specialistiche. In molti casi ciò che colpisce maggiormente è il prezzo, che può arrivare anche alla metà, se non addirittura a un terzo, rispetto a quello di macchine europee equivalenti.
Ma non c’è solo questo. Anche uno dei punti di forza storici dei costruttori europei, cioè il servizio, sta diventando meno distintivo. Per molto tempo si è pensato che i produttori asiatici, anche nel caso fossero arrivati a costruire buone macchine, non sarebbero riusciti a competere sul fronte dell’assistenza. Oggi però questo gap sembra ridursi progressivamente, modificando il quadro in modo significativo, soprattutto se consideriamo che i costi degli interventi tecnici richiesti da molti fornitori europei vengono percepiti come sempre più elevati, a fronte di un servizio non sempre all’altezza.
Il confronto, quindi, non riguarda più soltanto il costo della macchina, ma il valore complessivo dell’investimento.
In questo quadro mi sembra poi di intravedere una contraddizione di fondo.
Si discute tanto su come proteggere l’industria europea della macchina utensile, quando però molte delle nostre aziende hanno già spostato parte della produzione in Asia. Mi domando quindi: è davvero possibile, in queste condizioni, costruire una barriera efficace a difesa della produzione interna?
Se la filiera è già globale, distinguere in modo netto ciò che è davvero europeo da ciò che non lo è diventa molto meno semplice di quanto sembri. E, in parte, il ritardo nell’emanazione del decreto attuativo dell’Iperammortamento sembra essere legato proprio a questa difficoltà.
C’è poi un altro aspetto che, secondo me, pesa molto e che in parte è legato al tema della filiera globale e dei costi che ne derivano.
Sempre più spesso una macchina non viene sostituita perché smette di funzionare, ma perché diventa tecnologicamente superata.
Si tratta di una logica diversa rispetto a quella di qualche anno fa, quando si ragionava più facilmente su investimenti destinati a durare anche venti o trent’anni, anche se in alcuni casi questo approccio è ancora presente.
Ma se il ciclo di innovazione si accorcia, potrebbe diventare economicamente sensato investire in macchine meno costose e sostituirle più frequentemente, mantenendo il parco macchine aggiornato.
Ecco, a fronte di tutte queste dinamiche di mercato, il tema delle politiche industriali resta centrale. In Italia il ritardo nell’emanazione del decreto attuativo sull’Iperammortamento continua a generare incertezza. Molte aziende stanno aspettando di capire quali saranno le regole definitive prima di prendere decisioni sugli investimenti, e questo, in una fase già complessa, rischia di provocare un effetto opposto rispetto a quello dichiarato: che uno strumento pensato per sostenere il manifatturiero finisca per rallentarne gli investimenti e in qualche modo bloccarlo almeno in parte.
La questione, quindi, non riguarda soltanto i costruttori di macchine utensili. Riguarda, secondo me, più in generale l’equilibrio dell’intero sistema manifatturiero.
Io credo che le politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi prima di tutto sul rafforzamento della base industriale europea nel suo complesso. Anche quando gli incentivi non proteggono direttamente chi produce macchine, possono comunque sostenere la competitività di chi quelle macchine le utilizza.
Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: non dalla difesa di un singolo comparto, ma dalla tenuta dell’intero sistema.