Nei micro-ingranaggi la sbavatura raramente è il vero problema, ma la spia di un problema più grande

Una sbavatura di pochi micron può spostare il punto in cui i denti si toccano. Ma rimuoverla non basta, se prima non si capisce da dove nasce.

Una sbavatura può essere al tempo stesso troppo piccola per essere vista a occhio nudo e abbastanza grande per fare danni. Nei micro-ingranaggi questo succede molto spesso. E quasi sempre quella sbavatura non è il problema vero, bensì è il segnale che qualcosa a monte non sta funzionando come dovrebbe (per esempio l’utensile, i parametri di taglio, lo stampo e via dicendo).

 

Partiamo dalla scala, perché è proprio in base a questo parametro che la situazione cambia. Una sbavatura da venti micron su un dente di modulo 3 è trascurabile, mentre la stessa sbavatura su un dente di modulo 0,3 non è affatto un dettaglio.
Su un dente così piccolo, infatti, una sbavatura del genere è abbastanza grande da spostare il punto in cui i denti si toccano. E quando cambia quel punto, cambia anche il modo in cui la coppia passa da una ruota all’altra.

 

Ma come si forma una sbavatura? La bava nasce in ogni lavorazione meccanica, poiché nessun tagliente, per quanto affilato, finisce con uno spigolo perfetto, è sempre un po’ arrotondato. Quando deve asportare materiale, quel bordo arrotondato non taglia di netto fino all’ultimo: una piccola parte di materiale non viene recisa, ma schiacciata e spinta verso il bordo. Ed ecco la sbavatura. Su un dente grande questa bava è minuscola rispetto al pezzo e non va a incidere molto sul funzionamento. Su un dente piccolo, invece, le stesse dimensioni diventano rilevanti.

 

Questo spiega perché

la sbavatura è soprattutto un messaggio. Man mano che l’utensile si usura il suo raggio aumenta, l’effetto “spinta” cresce e la sbavatura si ingrandisce.

Lo fa in modo brusco verso fine vita. In pratica, finché l’utensile lavora bene la sbavatura resta piccola e stabile. Quando comincia a cedere, la sbavatura cresce di colpo, arrivando – in alcuni casi – a passare da pochi micron a oltre cento nell’arco di pochi metri di taglio. Questo significa che

tenere d’occhio l’altezza della sbavatura durante la produzione è un modo semplice per capire quando è il momento di cambiare l’utensile.

Poi c’è un effetto che quasi nessuno mette in conto: la sbavatura inganna anche chi la cerca.
Una sbavatura invisibile a occhio nudo può comunque sporgere oltre il profilo del dente, proprio sul bordo. Verrebbe da pensare che falsi la misura, ma non è così: le macchine di misura, anche quelle a contatto, escludono in automatico i bordi della dentatura. Rilevano com’è fatto il dente sul bordo, ma non lo considerano quando calcolano la quota. Sui denti più piccoli si va comunque verso la misura ottica senza contatto, ma per un altro motivo: evitare che il tastatore si appoggi su un fianco fragile e rischi di graffiarlo.

 

E quando la sbavatura va davvero rimossa? Qui la scelta del metodo conta più di quanto sembri, e dipende molto dal materiale. Sui materiali tenui e duttili – come il rame e i materiali plastici – la rimozione meccanica fatica: il materiale si piega invece di staccarsi, e una bava più piccola tende a riformarsi da un’altra parte. Sugli acciai molto duri, invece, succede il contrario: la bava si spezza netta e il dente resta pulito.

 

I processi termici raggiungono temperature di migliaia di gradi in pochi millisecondi: ottimi per certe geometrie, ma su un dente sottile quel carico è un rischio.
Poi c’è la via elettrochimica, che fa l’opposto: dissolve la sbavatura senza contatto e senza calore, quindi non lascia sbavature secondarie e non stressa il pezzo. Sui componenti delicati è spesso la scelta migliore. C’è però un limite pratico: il processo avviene in un bagno liquido, e ogni pezzo va afferrato, appeso a un gancio e messo in contatto. Quando i pezzi sono anche molto piccoli, tenerli uno a uno in questo modo non è sempre possibile.

 

Resta un punto che cambia la prospettiva:

la lavorazione perfettamente priva di sbavature non esiste. L’obiettivo realistico non è azzerarle, ma stabilire quanto grandi possono essere senza disturbare la funzione, e tenerle entro quella soglia.

 

Esiste persino una norma dedicata, la ISO 13715, che permette di indicare già a disegno quanto grande può essere una sbavatura.

Stefano Garavaglia

È il CEO di MICROingranaggi, nonché l'anima dell'azienda.
Per Stefano un imprenditore deve avere le tre C: Cuore, Cervello, Costanza.
Cuore inteso come passione per quello che fa, istinto e rispetto per il prossimo. Cervello inteso come visione, come capacità a non farsi influenzare da situazioni negative. Costanza perché un imprenditore non deve mai mollare.

Tutti i suoi articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli recenti

Come sta evolvendo il nostro MICROlab

Oggi MICROlab interviene dove manca una struttura. Costruisce strumenti, definisce processi, introduce indicatori. E poi lascia al reparto la possibilità di gestire autonomamente quel sistema.

I controlli rapidi più diffusi misurano bene. Ma solo quello che misurano

Il problema è riuscire ad avere ben chiaro cosa non misurano. Si tratta di un aspetto molto importante che deve tenere presente sia chi produce ingranaggi sia chi fa i controlli in ingresso.

In che modo la finitura superficiale dei denti influenza la durata di un ingranaggio

Una superficie più liscia non rappresenta sempre la soluzione ottimale. Nella tribologia degli ingranaggi esiste infatti un equilibrio tra rugosità superficiale, lubrificazione, materiale e condizioni di carico.