Tutta questione di rispetto

È necessario partire dal presupposto che le persone che lavorano con noi sono le nostre risorse. Che ogni risorsa è una persona, ancor prima di essere un dipendente, e – in quanto tale – merita rispetto. Banale? Retorico? Io non ne sono così convinto.

È necessario partire dal presupposto che

le persone che lavorano con noi sono le nostre risorse. Che ogni risorsa è una persona, ancor prima di essere un dipendente, e – in quanto tale – merita rispetto.

In quanto tale, deve essere trattato alla pari (anche se nella gerarchia aziendale è un sottoposto).

Banale? Retorico? Forse a parole, ma nei fatti non ne sono così convinto.

Molti sostengono che sia sufficiente dare alle persone flessibilità e autonomia di gestione per “far funzionare le cose in azienda” e in un certo senso sono d’accordo, ma non è, secondo me, l’aspetto principale. Voglio dire che

flessibilità e autonomia di gestione sono importanti, certo, ma sono una conseguenza diretta di altri fattori. Rispetto in primis, che, secondo me, è la chiave di tutto.

Vi spiego perché.
Lavorando tutti giorni incontriamo dei problemi. Più o meno grandi. Ci imbattiamo in situazioni spesso difficili da gestire, perché – grazie al cielo – siamo tutti diversi e quando queste diversità si incontrano, non sempre si risolvono senza intoppi. Così come non sempre esistono regole che vanno bene per tutti.
Al contrario, però,

ci sono delle condizioni di base che vanno bene per tutti e avere rispetto del prossimo è sicuramente una di queste.

Se chi ho di fronte sa che lo/la rispetto come persona, nel momento in cui – per esempio – mi trovo costretto a fare un’osservazione su qualcosa che ha fatto o che non ha fatto in maniera ottimale, è probabile che tale osservazione non venga accolta negativamente.
Questo perché chi ho di fronte saprà che non lo/la sto giudicando come persona in sé, ma solo in merito a qualcosa fatto in un momento specifico.

Prima di parlare o di agire, dovremmo provare a fare lo sforzo di cercare di immaginare come si vorrebbe essere trattati se ci si trovasse “dall’altra parte”. Riuscire a dire la stessa cosa con buone maniere – come scrivevo qualche tempo fa – e portando rispetto – aggiungo ora – può fare davvero la differenza e pone le basi per una collaborazione più proficua.

Stefano Garavaglia

È il CEO di MICROingranaggi, nonché l'anima dell'azienda.
Per Stefano un imprenditore deve avere le tre C: Cuore, Cervello, Costanza.
Cuore inteso come passione per quello che fa, istinto e rispetto per il prossimo. Cervello inteso come visione, come capacità a non farsi influenzare da situazioni negative. Costanza perché un imprenditore non deve mai mollare.

Tutti i suoi articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli recenti

Materiali speciali e rivestimenti: quando la finitura fa la differenza?

Nei componenti miniaturizzati, non sempre basta lavorare bene la geometria per ottenere prestazioni e durata. In certe condizioni diventano determinanti anche il materiale, la finitura superficiale e gli eventuali rivestimenti. Il punto, però, è capire quando queste soluzioni aggiungono davvero valore e quando, invece, rischiano solo di complicare il problema.

Quando il problema non è la tecnologia, ma la logica che la guida

Ogni procedura di lavorazione nasce in un contesto preciso, fatto di dati, di conoscenze e tecnologie disponibili in un determinato momento. Con il tempo, però, questi elementi cambiano e quella stessa logica può restare formalmente corretta, ma non rappresentare più la soluzione più efficiente per il processo.

Non sempre lo strumento più pratico è anche quello più adatto

Può sembrare ovvio, ma nell’operatività quotidiana di un’officina le cose non sono sempre così lineari. Misurare un foro a botte con un tampone P/NP, per esempio, non è la scelta ottimale. A meno che il processo non sia stato compreso e stabilizzato.