I giovani lavoratori di oggi sono sufficientemente motivati?

L’ho già scritto spesso e vorrei ribadirlo ancora una volta: ho una estrema fiducia nei giovani di oggi, penso che siano il nostro futuro e riconosco in loro un grande potenziale che penso dovrebbe essere alimentato e sfruttato molto più di quanto in realtà venga fatto. Detto ciò, però, non posso fare a meno di notare in alcuni di loro anche una carenza di motivazione nel momento in cui si affacciano al mondo del lavoro. In parte è questione di carattere, è vero, ma c’è anche chi sostiene che

se si motivassero maggiormente i ragazzi sui banchi di scuola, poi riuscirebbero a mettere sul lavoro un impegno di gran lunga superiore a quello che è la media di oggi.

Trovare inoltre insegnanti di materie tecniche in grado di far capire e amare una materia anche a livello pratico è molto difficile. Pensate sia effettivamente così?

Credo sia capitato a tutti prima o poi nel corso della propria carriera scolastica di incontrare un insegnante che è riuscito a farlo appassionare a una materia specifica. Se non, addirittura, a materie che mai e poi mai avrebbe pensato che potessero interessargli. Perché è accaduto? Perché l’insegnante in questione è riuscito a trasmettere la passione che lui stesso aveva per quella materia.
Ormai ho finito la scuola da un bel pezzo, ma – da quello che sento dire –

oggi è sempre più difficile incontrare insegnanti in grado di stimolare gli studenti a tal punto da trasmettere loro la passione per una materia.

Perché questo accade? Ho un’opinione in proposito…
Oggi i laureati sono molto più numerosi di un tempo. Senza generalizzare (perché ci sono sicuramente tantissime eccezioni a quello che sto per scrivere), mi viene da pensare che una volta chi si laureava con l’idea poi di diventare un insegnante, lo faceva con più vocazione di quanta, mediamente, se ne possa avere attualmente.

Oggi purtroppo una grande parte dei laureati si orienta verso l’insegnamento perché non ha trovato alternative migliori. E questo, purtroppo, ha delle conseguenze.

E poi c’è il discorso del precariato. La professione dell’insegnante di per sé è storicamente tra quelle meno pagate. A questo, purtroppo, si aggiunge anche una crescita esponenziale di contratti precari (a termine, di supplenza…), che da un lato non sono un grande incentivo a lavorare bene, e – dall’altro – sono proposti anche a coloro che non dispongono di determinati requisiti strettamente correlati all’insegnamento.
Stress e mancanza di soddisfazione sono due sentimenti comuni a molte professioni oggi (in buona parte proprio per la mancanza di sicurezza in ambito lavorativo), ma è anche vero che un insegnante stressato, frustrato e insoddisfatto molto probabilmente trasmetterà tali stati d’animo anche agli studenti. Con risultati tutt’altro che buoni…

Siete d’accordo?

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