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L’affermazione “non hai fatto un buon lavoro” è uno strumento di crescita?

Talvolta sì! Ma solo se è fatta con criteri obiettivi e se tiene conto del fattore umano. Vi spiego cosa intendo...

Vi faccio una domanda:

quale valenza può avere un’affermazione come “non hai fatto un buon lavoro”? E, soprattutto, come viene recepita da chi sta dall’altra parte?

Sentirsi dire “Non hai fatto un buon lavoro” non è mai piacevole. Specie se si tratta di un’affermazione senza un fondamento preciso.
Vero è anche però che in ogni Norma ISO, così come nel ciclo di DEMING (detto anche ciclo di PDCA, acronimo dall’inglese Plan–Do–Check–Act, in italiano Pianificare–Fare–Verificare–Agire),

il concetto di VALUTAZIONE (CHECK) è presente ed “è la base per il miglioramento continuo”. Perciò, quando fatta con metodi e criteri obiettivi, l’affermazione “non hai fatto un buon lavoro” è un formidabile strumento di crescita.

Quando è fatta – ripeto – con criteri obiettivi.
E con questo intendo dire che deve, prima di tutto, essere priva di emotività, poiché esprimere una valutazione per impulso è già in partenza un errore. Poi deve basarsi su elementi oggettivi, quindi misurati, circostanziati e puntuali. E, infine, deve esprimersi con una prospettiva, ovvero deve offrire degli spunti utili a migliorare ciò che è stato valutato.

Nonostante questo concetto possa sembrare così ragionevole e condivisibile da apparire quasi banale, nella pratica i criteri obiettivi a sostegno di una valutazione utile e costruttiva sono talvolta oggetto di fraintendimento.

Ma perché ciò accade?

Questo accade perché ogni evento deve essere sempre valutato all’interno del suo contesto, tenendo conto di tutti i fattori che possono influenzarlo. La componente umana, per esempio, è essenziale e indissolubilmente legata all’ambito della comunicazione.
Quando viene effettuata una valutazione, infatti, vi sono sempre un mittente e un destinatario che devono interagire: il soggetto A deve comunicare al soggetto B il risultato della verifica che ha appena fatto.

Quando però si entra nel campo della comunicazione subentrano una serie di elementi che non possono essere ignorati.
Mi riferisco al contesto, ovvero alla situazione in cui la comunicazione viene fatta. Al referente, vale a dire all’argomento di cui si sta parlando. All’emittente e al ricevente, chi manda e chi riceve il messaggio. E, infine, mi riferisco anche al canale, quindi al mezzo di comunicazione utilizzato, e al codice, inteso come linguaggio usato.

Quindi, per come la vedo io,

Per rendere una valutazione costruttiva, evitando di modificare il proprio approccio comunicativo, la strategia più efficace è organizzare un incontro faccia a faccia appositamente convocato, sul tema “valutazione delle prestazioni”. Questo permette di offrire feedback pertinenti e utili al destinatario della comunicazione.

E mi fermo qui. Il resto è giudizio personale con il solo scopo di parlare del lavoro altrui senza essere interpellati…

di Giuseppe Friscia

È il Responsabile del sistema di gestione di MICROingranaggi.
Per molto tempo ha lavorato presso organismi di parte terza nel mondo delle certificazioni. Poi, a un certo punto della sua carriera, ha deciso di cambiare, passando dall'essere auditor all'essere soggetto che sottopone un sistema di gestione aziendale alla valutazione di un terzo.
La sua missione consiste nel rendere quotidiano il concetto di qualità.

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